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Scheda informativa: Mosca mediterranea della frutta

Ceratitis capitata WiedLa Ceratitis capitata (mosca mediterranea della frutta) è ampiamente diffusa nell’Africa sub-sahariana, in tutto il Bacino del Mediterraneo, nel vicino Oriente, Arabia, nel Centro e Sud America, nell’Australia occidentale e nelle Hawaii. L’analisi genetica ha evidenziato una maggiore variabilità delle popolazioni africane rispetto a quelle europee, confermando l’ipotesi che l’area originaria della specie sia l’Africa e che l’Europa sia un’area marginale di diffusione (Gaspari et al. 1991, Milani et al. 1989).
Si è evidenziato che temperature medie mensili inferiori a 10°C, per i 3-4 mesi invernali, ne impediscono l’acclimatazione. La mosca mediterranea della frutta rappresenta un fitofago di primaria importanza in particolare per le colture di mandarino e di clementine; si tratta tuttavia di una specie polifaga che si sviluppa e nutre anche a carico di altri fruttiferi a produzione primaverile estiva quali ad esempio fichi, pesche ed albicocche. La sua dannosità è però limitata a determinate aree, o a condizioni climatiche più o meno passeggere (in zone a clima temperato la dannosità aumenta fortemente negli anni preceduti da inverni miti).
I suoi attacchi sono ampliati dalla sua polifagia e dalla facilità con cui si può moltiplicare in aree a frutticoltura intensiva e consociata. La sua dannosità è esaltata dalla capacità (frequente a carico degli agrumi) di causare con le punture di ovideposizione una accelerazione della maturazione del solo epicarpo che si traduce in una cascola anticipata dei frutti.
La difesa da questo insetto è basata sulla lotta biologica e i mezzi di controllo agronomico e chimico. E’ possibile intervenire tramite lotta autocida, mezzi cromotropici e chemiotropici.
Limitatamente agli aspetti salienti, secondo Tremblay è possibile notare che:

  • Con temperature ottimali di 20-30°C (con minimo di 15-16°C) possono avvenire accoppiamenti e dopo qualche giorno le ovideposizioni con temperature al di sopra di 15-16°C. L’incubazione ha luogo in circa 48 ore a temperatura ottimale di 26-28°C in estate, mentre in autunno-inverno, con temperature medie di 15-16°C, occorrono 4-7 giorni. All’approssimarsi della soglia termica inferiore (9°C) l’incubazione dura sempre più a lungo (circa un mese a 10-11°C) (Costantino, 1930). La soglia termica superiore è di parecchio più alta di quella della Bactrocera (39°C contro 32°C), il che può essere considerato testimonianza dell’origine tropicale della specie (Delrio et al., 1986).

  • La durata degli stadi pre-immaginali è compresa in un range termico che varia dai 9-11°C ai 40°C, ma una certa sopravvivenza si riscontra anche a valori più estremi. Tuttavia è sufficiente un'esposizione a 0°C per qualche giorno consecutivo per uccidere tutte le uova e le larve presenti nei frutti. A 29°C la durata della vita larvale è 9-12 giorni che si allunga con l’abbassarsi della temperatura fino ad avvicinarsi ai 13 mesi con 8-12°C (Costantino 1930, Rivnay 1950). Per ciò che riguarda lo stadio pupale, in condizioni naturali, va dai circa 10 giorni in estate a circa un mese in inverno. In laboratorio si è registrata una durata minima di 8 giorni a 29°C con una soglia inferiore di 11°C (UR 65-85%) ed elevata mortalità al di sotto di questa soglia (Crovetti et al. 1986). Le pupe, nelle condizioni di umidità citate, sopportano bene temperature di 34-37°C, ma a valori superiori, soprattutto se associati a bassa umidità, la mortalità può raggiungere il 100% se il suolo non è protetto dalla vegetazione.

  • I 45°C rappresentano la soglia superiore per lo sviluppo, con una mortalità del 100%, ma temperature massime giornaliere prossime ai 38°C per qualche giorno consecutivo provocano la morte di gran parte degli individui immaturi presenti in campo. Per ciò che riguarda le basse temperature, la resistenza è più elevata nelle pupe e negli adulti, con valori limite anche a –4 e –5°C. Comunque il fattore meteorologico che principalmente funge da regolatore delle popolazioni è la temperatura minima invernale. Infatti, le popolazioni degli adulti sono decimate in inverni rigidi, quando per esempio si sussegue una temperatura media mensile di 2°C per 1-3 mesi successivi o di 10°C per 4 mesi successivi (Delrio, 1985).

  • La fecondità delle specie risulta elevata con condizioni di temperatura di 20-30°C mentre i 15-16°C rappresentano la soglia minima di fecondità. Tale ambito di temperatura (20-30°C) può considerarsi ottimale ai fini della moltiplicazione della specie.

  • La durata di una generazione è funzione quindi del decorso meteorologico e può variare dai 20 giorni in estate ai 3 mesi in inverno, conseguentemente anche il numero delle generazioni per anno varia a seconda del clima della zona, passando dalle 6-7, nelle aree del sud Italia e dell'Algeria, alle 2-3 del centro-nord Italia. L'abbondanza delle popolazioni varia sia a seconda delle condizioni climatiche sia delle coltivazioni in atto, risultando ovviamente superiore nel caso di una maggiore varietà di fruttiferi presenti.

In estrema sintesi le condizioni abiotiche avverse secondo Tremblay e altri autori, sono le seguenti:
uova e larve, resistono a 40°C per poche ore mentre per le pupe la resistenza arriva a valori di 34-37°C (46°C secondo Delrio, 1985). Con temperature comprese tra i 4°C e i 7°C uova e larve possono resistere per quasi due mesi ma poi muoiono, invece, tra 0,5°C e 4°C resistono 3 settimane. A temperature di –2,5°C uova e larve resistono circa una settimana (Delrio 1985).

Per ciò che riguarda le temperature massime, gli adulti non sopportano l’esposizione a 40°C nemmeno per pochi minuti. Gli adulti possono sopportare temperature intorno a –5°C per alcune ore e la loro soglia termica inferiore per lo sviluppo è intorno agli 11°C (Delrio, 1986). Elevate mortalità sono state osservate per azione di venti caldi e secchi e per elevata umidità del suolo (ad esempio, una piovosità di 1800 mm/anno ostacola fortemente il dittero, Harris & Lee, 1989), per elevato contenuto di tannini e oli essenziali nella frutta. Effetto negativo avrebbe anche la competizione intraspecifica soprattutto a livello larvale nei piccoli frutti (Debouzie, 1989).



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